Qualcuno mi aveva predetto che un giorno, innamorata, avrei smesso di scrivere. E sicuramente è vero che nella vita ci sono cose più importanti della scrittura; dovendomene occupare, non protesto. Scopro però che nella confusione della vita assieme, dai miei spazi di silenzio continuano a emergere storie e arredamenti. Se nella vita vera è molto importante che lui ci sia, nel mio fantastico rifugio mi ritrovo a baloccare le nevrosi che ho messo da parte per fargli spazio. Continuo a sognare di solitudine, e in ogni caso sono contenta che sia solo immaginazione, ma è il mio limite e il mio potere. Forse a cinquant’anni scriverò il romanzo universale, per il momento mi accontento del bricolage egomanico del mondo che frequento. È finito l’anno della sindrome premestruale perpetua. Ho tirato un sospiro di sollievo e ricomincio a correre.
SAGITTARIO. Il 2007 vi farà presto dimenticare quel senso di gonfiore e di irritabilità. Al contrario i prossimi mesi potrebbero darvi la sensazione di un Anno dell’ovulazione perpetua (anche a voi uomini). Scommetto che sarete spesso eccitati e non solo desiderosi di avventure sessuali, ma anche di altri tipi di intimi scambi che vi renderanno più intelligenti e più ribelli.
requiem per il 2006
febbraio 8, 2007Un Whisky Qualunque
febbraio 5, 2007Un whisky qualunque è un blog, ovvero una scrittura digitale e interattiva, una sorta di diario, ma anche la vita come opera d’arte. E infatti è altresì un’opera di narrazione che può aspirare a un registro letterario. Non è infatti una questione nuova quella dei generi marginali.
E lo stesso, non è una questione nuova quella della narrazione nei testi digitali. In quanto tale è un’opera aperta, sia nella possibilità di intervento altrui, attraverso i commenti, che nella struttura senza una conclusione definibile a priori. La partecipazione attiva del lettore entra a fare parte del processo stesso della scrittura.
L’autore è tale Davide Auseri, personaggio di un noto romanzo di Scerbanenco, Venere Privata. Eppure questo lo noteranno solo i più attenti e forse non lo riconosceranno. Infatti, nel romanzo, pubblicato nel 1966, Davide Auseri ha 22 anni. È cresciuto come fosse una persona reale.
Oggi Davide ha circa 63 anni, e la sua biografia è coerente con quello che Scerbanenco raccontava di lui. Davide Auseri è un uomo anziano che si confronta con un mondo che è cambiato velocemente, ma le sue paure sono ancora quelle che create da Scerbanenco.
Naturalmente Davide Auseri potrebbe essere semplicemente una maschera, ma è bello sentire vivere il personaggio che abbiamo amato, e accompagnarlo nelle sue veglie. Poco importa chi si riveli attraverso di lui, poco importa con quanta onestà lo faccia. Le emozioni sono condivisibili e le paure universali.
au petit matin
settembre 18, 2006È passata una notte che sembrano mesi, ma i nostri eroi erano sfiniti, dopo una giornata così lunga. Li ritroviamo presi nel fare le cose, d’ora in poi. Così sarò soprattutto io a raccontare, quando non sarò tutta presa dalla vita. Allora poi magari, vorrete scusarmi.
La mattina del giorno dopo pioveva ancora, Tommaso si strinse nel giaccone rabbrividendo: non era tanto il freddo quanto l’umidità ad infastidirlo. I portici avrebbero anche potuto proteggerlo dalle precipitazioni, se avesse abitato in centro, ma non nel quartiere dove erano un vezzo per pochi palazzi, più unici che rari. Arcoveggio. E poi, in ogni caso, era l’aria ad essere insopportabile: con sette-otto gradi di meno avrebbe smesso di piovere e lui avrebbe avuto meno freddo. Le mani a chiazze violette bruciavano appiccicaticce. Che sensazione schifosa! Calò la cuffia sul sopracciglio e si avviò verso il commissariato.
Non era di cattivo umore, in realtà. Franco-Franchino-Nino era tornato il pomeriggio prima dal Costa Rica e gli aveva contagiato un certo entusiasmo furbetto, come a promettere epici racconti. Per il momento si teneva per la sera a cena, che era di rito e sacrosanta – per ora solo il caffé, qualche allusione e qualche battuta. Il vecchio abbronzato fischiettava allegro dondolando il bacino ossuto nel pigiama cascante. Si perdeva dietro la radio nello sbattere l’uovo con il caffé, per due. Così che Tommaso era contento di averlo di nuovo a casa, il suo ospite e coinquilino.
“Buona giornata, vecchio, a stasera!”. “Buona giornata a te, sbarbo! Divertiti”. Magari. Solo sapeva non sarebbe durato a lungo quel senso leggero, che era solo un buon riposo e sospensione del giudizio sulla realtà – come prendere sul serio la vita? Quando si vive con un settantenne innamorato, delle donne e della musica pop. Così rallentava il passo e si fermava a studiare le tariffe internazionali dei “call center”. Nervoso e perplesso mano a mano che si avvicinava, ogni passo un poco più sbirro.
La mattina del giorno dopo Nicola si svegliò come se la notte l’avesse passata in un film di Lynch, e con ogni probabilità era stata l’unica ospite di quella gabbia ad avere mai attivato quel collegamento. Del resto se si trovava in quella situazione era perché si era da troppo tempo abituata a concepire il cinema come più reale della realtà. Ma stava veramente di merda, e non c’era nulla di intellettuale in quel malessere, non c’era neppure alcun interesse filosofico. Se la prima metà della notte l’aveva passata mormorando dentro di sé un rosario di imprecazioni e maledizioni a nome dello sbirro, poi si era sentita troppo sfinita.
Abbandonata a quei precari sonni seduti, con la testa a ciondoloni che cade all’improvviso in avanti, con panico e dolore alla cervicale, non aveva sognato nulla e nulla aveva visto più chiaro. Cosa si era aspettata del resto?! I commissari allergici agli sbirri esistono solo nella letteratura, e gli sbirri giusti forse neppure. Forse stava guarendo. Ma le cose non sembravano girare meglio. Sentirsi impotente era un eufemismo, rinchiusa nella cella come un acquario. Non restava che aspettare. Improvvisamente dipendeva totalmente dall’esterno, da quello che gli altri avrebbero fatto. Sola; la ragazzetta incinta che aveva passato la notte con lei non sembrava affatto interessata alla sua vicenda, doveva avere di meglio a cui pensare.
Sempre che i giornali non ne avessero parlato, nessuno se ne sarebbe curato. E se i suoi fossero venuti a saperlo sarebbe stata la pantomima e il dramma, impossibile poi gestire la cosa. Non le volevano male, questo no, ma la imbarazzavano e la vivevano con imbarazzo. Né lei né loro avevano intenzione di riconoscere la legittimità delle scelte dell’altro. Per questo non capiterà di parlarne di sovente. Tenteremo di tenerli lontano, per quanto possibile. Come Marlowe, non disprezziamo le classi superiori perché fanno il bagno e possiedono denaro, le disprezzava perché sono fasulle…
sensi incerti, ma anche *postilla.
luglio 5, 2006Tempo fa ero indeciso, ma ora non ne sono più così sicuro. (cit. in Eco, Kant e l’ornitorinco)
Tu ci credi agli oroscopi?
E cos’altro ci resta se non sognare – la notte e le stelle ?! Vedi, io vedo
La terra trema, il futuro è incerto; la gente indifferente, gli amici distratti.
Ma quel che è stato è già passato e il presente è lo stacco incerto dal ‘C’era una volta’ al ‘Vissero così, talvolta felici più spesso perplessi’.
Lì in mezzo, un breve racconto, una speranza borghese.
Violazione di domicilio.
luglio 1, 2006Ecco ho voglia di arrendermi, ho l’impressione che questa storia potrebbe durare mille e una notte senza andare da nessuna parte. Non so se ne ho voglia.
Non so se è opportuno.
Se le storie senza epilogo non possono che durare per sempre, essere invischiato in una di esse significa dovere morire prima che la parte principale che vi recitiamo sia terminata.
Se le storie senza epilogo non posso che durare per sempre, le storie senza epilogo non hanno una fine che le consegni al racconto.
Ma gli eroi del noir sono cavalieri moderni, moderni don chisciotte. Non sanno rassegnarsi. Nel romanzo poliziesco ciò che interessa è proprio la ricerca, il tentativo di capire l’origine del pericolo vitale. Una minaccia che sconvolge il mondo contro la quale deve battersi un eroe che attraversa labirinti, supera prove e alla fine riesce a ristabilire una forma di equilibrio.
Dare alla vita un inizio un svolgimento una crisi e una soluzione, provvisoria e cattiva soluzione anche. E un motivo.
Poi ci sono le cose che si fanno così, perché ce le si aspetta o perché introducono soluzioni narrative interessanti, inedite, o anche solo comode.
Fu così che la strinsi e la spinsi contro il portone e la baciai, e ancora. E fu piacevole, e fu arrendevole, nello stupore e nella stanchezza. Ma fu un attimo. Poi mi allontanò e aprì il portone. Era lontana. La seguii interrotto e mi sentii sciocco. Ero diventato una trasparenza, una banalità. Avrei voluto tornare sui miei passi. Avrei dovuto. La avvicinai ancora davanti alla porta di casa. La mano sul fianco, “Me ne vado”, piano. La sentii nonostante tutto rabbrividire eccitata del fiato della voce sul collo. Ma fu allora che mi accorsi della porta di casa aperta, forzata. E lei mi guardò interrogativa e curiosa. Che cosa non le avrei fatto… Non ora, comunque. Un istante immobile, ancora un istante. Adrenalina dalla cervice fino alle palle. Che coglione sono stato ad abbassare tanto la guardia. Afferrai l’arma ed entrai chiedendole piano l’interruttore.
Ma l’appartamento era vuoto e non ci aspettava nessuno. Per contro avevano fatto il delirio. Mi avvicinai alla porta del bagno, ma era vuoto anche quello. Nicola si guardava attorno avvilita. Le mensole delle librerie erano state divelte e ribaltate, i piatti rotti a terra e i bicchieri. I cassetti aperti. E rovinato tutto o quasi. Non una perquisizione una minaccia piuttosto, uno spregio.
- Cosa cercavano?
- Le foto, immagino. Ma non è questo il modo… che stronzi…
- Hanno preso nulla?
Da un’occhiata intorno, solleva qualche mucchio di oggetti. La stanza sembra ancora più spoglia di quanto non fosse prima. E sporca. Si avvicina al tavolo. 500 euro in una unica banconota.
- No. Direi di no. Cosa poi avrebbero dovuto prendere?
Mi hanno lasciato un anticipo, piuttosto.
Si lascia scivolare sul divano. La banconota essendo nella tasca dei suoi jeans adesso. Io ripongo l’arma e cerco il cellulare. “Silenzioso”, “5 chiamate senza risposta”: il commissariato. Che stronzo che sono. Chiamo per una squadra – via fondazza 19. Il mio vice lo lascio in pace stanotte. Ci si penserà domani. Stasera faccio tutto a modo mio.
- Non puoi passare qui la notte. Andiamo.
- Commissario, io a casa tua non ci vengo.
- Infatti.
- E allora !?
Panica.
- E allora faccio quello che avrei dovuto fare da principio. Ti arresto. Metto sotto sequestro la tua roba. Poi diamo una occhiata al tuo notebook. E domani ti interrogo.
Andiamo. Niente storie. Sei stanca anche tu piccina.
- che stronzo…
Si lo sono.
Ma andiamo.
Ora.
at Link Associated (parte II)
giugno 29, 2006- Poi, a un dato momento, qualcuno si avvicinò al palco sul quale era sistemato il sound system, e fece scivolare una rosa. Poi se ne avvicinò un altro con la medesima intenzione e lo stesso gesto. E poi un altro ancora. E ancora. Mentre lei suonava. Avevano distribuito rose tra il pubblico e lo aveva fatto dando quella istruzione precisa. In sala ci saranno state una quarantina di rose, forse più. In sala erano soprattutto ragazzi, è stupefacente vedere quanto siano imbarazzati di fronte ad un fiore, un organo scabroso – il fiore. Comunque l’effetto era abbastanza forte e bello. Anche se l’idea banale. La stavano seducendo. Perché? Come è facile e banale mi dissi. Come è stupido, mi dissi: sedurre così, in astratto.
Passarono una ventina di minuti ché tutte le rose fossero distese, ammucchiate sul palco. Ai piedi di lei che si commosse e che non capiva, ma non sembrava lucidissima. E allora quel nano le si avvicinò, tra la folla e zoppicava un poco, o forse era solo una sbavatura nel suo avanzare a piccoli passi rigidi, caviglie piuttosto che ginocchia. La chiamo, le si inchinò e le porse un piccolo biglietto, da visita senza dubbio. Sorrideva e parlava. Lei rispose qualcosa e si guardò alle spalle come in cerca di fuggire o di invocare la protezione di qualcuno. E lui si allontanò. Si dileguò. Poco dopo non lo vidi più. Cosa si erano detti? Vallo a sapere. Io ero ben lontana dalla possibilità di sentire.
Da principio è vero che non capii chiaramente a cosa mirasse la gente con cui avevo a che fare. Che cosa mi stesse succedendo attorno. Su questo hai ragione. Assistere non basta quasi mai. Ma io non me ne interessavo neppure, a dire il vero. Ho fatto spesso questi lavori. E li ho fatti non esclusivamente per conto terzi, non banalmente per denaro – anche se spesso questo genere di lavori si riduce a poca cosa e a noia. La vita non significa di per sé, l’evento ha bisogno di colori un poco saturi e di lirismo per guadagnare credibilità.
Non importa mi trovi in viaggio, o al compleanno di mia cugina al suo matrimonio, a un funerale di paese, al funerale del papa, a Genova per il G8, o sulle tracce di una sconosciuta incontrata sull’autobus 3 giorni dopo la nascita della mia figlioccia. Non mi importa. Userò comunque quelle immagini per dire quello che ho capito. Il trucco è trovare una buona spiegazione, credibile, una di quelle che ammutolisce i bambini. Non ho mai pensato che fosse rischioso illudersi, ingannarsi – una storia vale l’altra, in fondo. Come quando la maestra ti insegna che Colombo scoprì la terra rotonda. Balle. Ma chi mai se ne è scandalizzato?
Vedi mi perdo, scusa. Comunque sono stata ingaggiata per questo, anche. E quello che si voleva da me non era solo una testimonianza, ma, meglio, una sorta di sensibilità…
Quel piccolo avvenimento aveva creato un poco di scompiglio in sala e tensione. La gente ha voglia di partecipare e poco importa a cosa, c’era eccitazione sopra e sotto il palco. Le frequenze si alzarono un poco e godemmo di passaggi elettrici. Poi tutto si esaurì e io mi sentii stanca. Me ne andai per verso casa. Il giorno dopo sarebbe avrei pagato pegno nel tentare di riagganciarla, pazienza, mi dissi. Salutai chi avevo attorno e uscii. Infilato nel parabrezza del motorino trovai una rosa rosa, imperlata di nebbia e irrigidita di freddo. Sta ancora là, sul mio parabrezza, oggi.
Eravamo arrivati a casa sua in quattro passi. L’avevo lasciata parlare restando in silenzio. Ancora mi aveva detto di piccoli avvenimenti senza interesse. Pensai all’oroscopo della settimana che l’agente Monti mi aveva letto quella mattina facendo colazione, con fede – del “mi aveva letto” non dell’“avevamo fatto colazione”. CAPRICORNO. A tratti capite che non c’è niente da capire, e che davanti a una scala di Bill Evans non ci si interroga sul significato. Non esistono solo le regole della convenzione, c’è anche il suono che vale soprattutto per se stesso. Se le sopracciglia si corrugano, catturate dal pensiero fisso, non riescono a sciogliere il più semplice degli enigmi. La soluzione è in un rilasciare che rimette in libertà. Siete quasi tutti fuori degli stati allucinatori gravi; potete ripresentare toni vivaci, tornando ai vostri collage sentimental-erotici. Avete (quasi) riconquistato la spiegazione semplice delle questioni e avete (quasi) più bisogno di stampelle. Era quel “quasi” il problema, quel “quasi” mi perdeva.
Non ci credo agli oroscopi. Ma l’auto-referenzialismo della cultura pop sa trovare definizioni perfette, per gli stati d’animo omogeneizzati. La cultura che parla di sé e ci riduce a categorie narrative, dodici nella fattispecie; dodici se come me non avete mai capito l’importanza dell’ascendente, o se di quel istante di dolore ed emozione che è stato la vostra nascita la vostra progenitrice conserva solo un ricordo sfinito e fuori del tempo. Impossibile ricostruire la sintassi dei fatti, per quanto universalmente nota. Perché stasera scivolo e penso ad altro?
Link Associated: too much early a.m. (parte I)
giugno 20, 2006Dove si racconta di quella prima notte al Link; dove appare la ragazza (djChapagneHep) e incrociamo lo sguardo di un grottesco personaggio.
- Ascolta commissario, non puoi immaginare quanto sia difficile raccontare questa storia: mi sfinisce e io non dormo da tante ore.
Quella prima sera, stiamo parlando della notte del 15, andai al Link tardi ma non abbastanza, le serate non iniziano mai prima delle 2. E infatti il locale era quasi vuoto, grigio e nudo. Comunque quel posto è difficilissimo da riempire: parecchio fuori e troppo grande. Ma non era solo per quello. Sempre meno la gente esce a Bologna per sentire cosa arrivava d'altrove. Sempre meno si esce in genere, per un buon motivo. E alle serate le facce sono sempre quelle e annoiate. Roba da ammosciare chiunque. Un ragazzo metteva su dischi solo per sé. E rimpiansi subito di essere arrivata così presto.
(aveva consegnato la stampa definitiva della tesi alla prof, rilegata. poi si era chiusa in camera. aveva passato il pomeriggio a lavorare sul campionatore. da metà pomeriggio si faceva di coca. erano settimane che andava avanti di quella roba lì, coca amfetamine e MDMA, con metodo. lavorava d’incanto. entactogenesi: e tutto pare giusto e buono per il mondo. sensazione di pace e di gioia totale. non c’era banalità né violenza né stanchezza. non riusciva più a lavorare senza e sapeva che presto non sarebbe più riuscita a lavorare con. non se non se ne andava presto. dove poco importava. ma Dove?)
- C’era poca gente e la sala è tutto sommato molto illuminata. Guardandomi attorno mi fece strano e mi squietò un nano. Hanno età indefinibili, spesso. Non lo avevo mai visto prima. Aveva un modo garbato ed elegante di stare e aspettare. Si guardava attorno e vicino lui stava un ragazzo pakistano di quelli che vendo rose la notte nei locali del centro. Lo avevo già visto. Assolutamente improbabile in quel posto, l’uno e l’altro. Non so se mi aspettassi qualcosa del genere dalla Experimental Trip, ma era evidente che di altro non poteva trattarsi. Scattai qualche foto. Poi arrivò Mauro con gli amici e mi confusi. Ma ci guardammo spesso, e credo mi sorridesse il più delle volte.
(nelle 18 un ragazzo rasato era passato da lei. era il suo ragazzo quello. avevano scopato ma era piuttosto tesa e non era andata molto in là. allora si era calata ancora qualcosa. quando una voce di uomo giovane chiamò non era tardi per nulla, ma era di buon umore e la voleva al locale per bere una roba assieme. erano partiti in macchina ed erano passati e prendere una ragazza magra che rideva sempre. cara amica e compagna. ed era arriva al Link così, bionda e piccola piccola, la felpa rossa con la cerniera asimmetrica, microcaschetto geometrico con frangetta minimal, le scarpe da ginnastica.)
- Più tardi l’atmosfera si muove. E lei appare lì sul palco, come se ci fosse stata da principio. Solo più tardi si avvicinò ai piatti. Era presa bene quelle sera, si vede che le piaceva suonare così, che non appariva nei cartelloni e si era tra amici. Poteva permettersi di lasciarsi un po’ andare e fare anche qualcosa di suo. Si sbatteva di brutto per arrivare a certi ricami graziosi e cupi assieme, assorta. Ma suonare per sé non è interessante, aveva bisogno di adrenalina e della energia della gente. Come lo so? Non lo so infatti. Me lo invento. Per spiegarmela. Una roba di pulsazioni e di sguardi. Come di entusiasmo e sofferenza, e rabbia. Conosco quella sensazione. Non ci stava più dentro. Se ne sarebbe dovuta andare, cazzo! Se ne sarebbe dovuta andare alla grande da che laureata. Ma ormai…
(CANCRO. In base alla mia analisi degli auspici astrologici, nelle prossime settimane i piaceri che attraggono la tua parte adulta potrebbero non suscitare più il solito entusiasmo. Forse faresti un uso migliore del tuo tempo vivendo una seconda infanzia. Probabilmente saresti molto bravo a fare cose come costruire castelli di sabbia, rotolare giù da una collina erbosa, dipingerti la faccia, dar da mangiare agli animali di una fattoria, cercare tra i rifiuti, scalare alberi e creare una mostruosa maschera di cartapesta.)
dalla Gianna
giugno 8, 2006Dove il nostro commissario ribadisce che non ha intenzione alcuna di passare per fesso e cerca di provocare in Nicola una qualche umana reazione.
La donna che impasta la pizza dietro al banco è altissima e biondissima, impasta in punta di dita e la farina che getta a piccoli pugni sul banco non la impollina. Un angelo un poco glamour, si direbbe, di improbabile eleganza: un aderentissimo tubino nero la stringe e al collo le si arrampicano fili e fili e di perle sintetiche. Mi lancia sottecchi gli sguardi e i sorrisi frivoli e gentili assieme che sanno le donne dell’est, un poco ironici, anche. Infine chiede “Volete bere qualcosa, ragazzi?” e sfodera il più incredibile accento bolognese. Mi lascia un attimo interdetto e Nicola ride guardando fuori dalla vetrina. Poi si volta e si allunga sullo sgabello al mio fianco. Tra i piedi il suo zaino.
- Allora, commissario?!
- Cos’hai nello zaino?
- Una felpa, il portafogli, l’agenda, il PC e la macchina fotografica. Poi varie ed eventuali, assorbenti, occhiali, magari un libro e può essere qualche preservativo.
- Ok, ok. Va bene così. Ho capito. Non c’è nessun rullino, vero? Le foto che hai fatte sono digitali, non è così?
Sorride e tace.
- Quello che ora non capisco è perché queste fotografie non ho potuto vederle… comincio a sospettare che poi in fondo e in fine non siano affatto così interessanti. O mi sbaglio?
Taglia e condisce piccante il suo calzone. Continua a tacere. Tento la medesima operazione sul mio che esplode e mi schizza. Merda. Commissario! che cazzo di figure… La Gianna da sopra il banco mi allunga un barattolo di borotalco. Va beh, il trucco sarebbe fare come se niente di interessante fosse capitato, ma sono un poco imbarazzato e distratto ora, che spolvero i pantaloni prima che questa buona donna esca dal suo bunker per occuparsi di me come la mia tata allora (– amata Rosetta e la sua premura così stoicamente sopportata, forse che era necessario lavare i piedi con la spugna di daino prima di andare a dormire?!). Divago, un solo istante è già troppo. E ora? Dove è finito l’effetto inquisizione? Fottuto. Tanto vale giocare subito il carico.
- Credo che tu non sappia molto di più di quello che mi hai detto, o meglio, che tu non abbia capito quasi nulla di quello che è successo. Forse che ti hanno usata senza che te ne rendessi conto. Forse che ti hanno coinvolta tuo malgrado. In ogni caso credo che ti abbiano presa per il culo e soprattutto questo ti roda. Così li stai sfidando, non è vero? Non ti importa di niente altro e di nessuno altro. Al punto in cui eravate arrivati, neppure la morte di Zanardi ti ha realmente stupefatta. Come non ha stupefatto nessuno in commissariato, del resto… Ma dimmi, perché dovrei aiutarti a combattere la tua stupida battaglia personale? E cosa ti fa credere che sia disposto ad aiutarti a queste condizioni? Qual’è la posta in gioco dietro questa cortina di talco alla mela? Neppure il tuo fumo è credibile, Nicola, per quanto di sicuro effetto…
- Sei sciocco e crudele, commissario. Sei sciocco e crudele come gli altri.
Le generalizzazioni mi pugnalano. Finiamo di mangiare in silenzio. Poi fuori della piccola pizzeria d’asporto, mi prende sottobraccio e si appoggia leggermente alla mia spalla. È la prima volta che ci tocchiamo. E mi emoziona e mi consola un poco. Ma non lascerò che passino ancora lunghi silenzi, e lei lo sa.
Comunisti liberali.
giugno 3, 2006Ancora una volta mi trovo a riprendere Slavoj Zizec, filosofo, sociologo e studioso di psicoanalisi («Internazionale» del 5/11 maggio). Mi fulmina. Il problema è che possiede quel occhio critico capace di rendere lampante l’imbroglio là dove io semplicemente nutrivo il sospetto. Il problema come ogni volta è un problema di linguaggio, e la natura fascista del medesimo.
Il linguaggio, il linguaggio globale che sotto la facciata di un continuo rigenerarsi riproduce infinitamente le medesime logiche. A prescindere da quello che si ha da dire. Lo stesso stile per dire lo stesso e il contrario: il no-global che parla il linguaggio del marketing e il marketing che sfrutta l’immaginario no-global e la sua potenzialità creativa, è disgustoso. L’intrattenimento che fa inchiesta e l’inchiesta che si piega alle logiche dell’intrattenimento, è irresponsabile.
Come se democrazia fosse parlare tutti lo stesso linguaggio, come se l’unico modo di capirsi fosse dire tutti la sessa cosa. Si resta fedeli soltanto alla bandiera - altresì dicasi al logo a o al no-logo, l’importante essendo lo spirito, l’intenzione. Ma il linguaggio è ragionamento e uno slogan è non-pensiero, da qualunque bocca venga urlato.
Ma la questione è sottile e faziosa. Ed è facile essere tentati e rimanere fascinati. Pensiero smart. Dove “smart” significa dinamico e nomade contro burocratico e centralizzato, dialogo e collaborazione contro burocratico e centralizzato, flessibilità contro routine, cultura e conoscenza contro vecchia produzione industriale, interazione spontanea contro gerarchia stabile, rete contro struttura. Ricorda la logica rizomatica di Deleuze e le sue macchine da guerra (Mille piani). Ed infatti piace anche a Toni Negri, che loda il capitalismo digitale post-moderno, quasi indistinguibile dal comunismo.
Ma questi comunisti liberali non sono altri che i vari Bill Gates e Gorge Soros, i manager di Google, Ibm, Intel, eBay ecc. Il loro dogma è una versione nuova, postmoderna della mano invisibile di Adam Smith: il mercato e la responsabilità sociale non sono antitetici, perché è sufficiente bilanciare lo spietato perseguimento del profitto con la beneficenza.
E proprio perché vogliono risolvere tutti quei problemi che sono solo contingenze locali (fondamentalismi religiosi, carestie, burocrazie statali corrotte ecc.) nascondono il fatto che la fonte ultima di ogni ingiustizia è proprio la logica che incarnano, e cui forniscono quel linguaggio e quegli strumenti di implementazione. Essi, senza dubbio bravi uomini sinceramente preoccupati per la povertà e la violenza nel mondo, sono in effetti il nemico primo di ogni lotta progressista.
Avanza: sentiamo dire
che sei un uomo buono.
Non sei venale, ma il fulmine
che si abbatte sulla casa non è
neanch’esso venale.
Quel che hai detto una volta, lo mantieni.
Che cosa hai detto?
Sei sincero, dici la tua opinione.
Quale opinione?
Sei coraggioso.
Contro chi?
Sei saggio.
A favore di chi?
Non badi al tuo vantaggio.
Al vantaggio di chi, allora?
Sei un buon amico.
Amico di gente buona?
Ascolta: sappiamo
che sei nostro nemico.
Perciò ora ti vogliamo
mettere al muro.
Ma in considerazione dei tuoi meriti
e buone qualità
il muro sarà buono, e ti fucileremo con
buone pallottole di buoni fucili e ti seppelliremo con
una buona pala in terra buona.
Interrogatorio dell’uomo buono, B.Brecht
Dietro lo specchio.
maggio 22, 2006Dove entriamo a casa di Nicola e diamo una sbirciatina intorno.
Mi chiama commissario e mi invita ad entrare, non ha parlato quasi per niente da fuori il commissariato fino a casa. Ora ha la voce sottile e gli occhi lucidi di stanchezza. Appoggia la borsa in un angolo e toglie le scarpe e il cappotto, caduto ripiegato sullo stesso angolo. Ci sono vestiti un po’ dappertutto, in terra, ma non è vero disordine, e il parquet chiaro fa pulito. Si avvicina all’impianto stereo e infila un cd, parte heat miser e poi è come se io non ci fossi. Si sveste fino a che si può ed è come se non si fosse svestita tanto è naturale e disinteressato il suo svestire. Ma all’improvviso lo è e mi sorprende perché è successo così presto che non l’ho colto e non lo ho trovato eccitante e neppure fuori luogo, ma solo, solo che avrebbe dovuto esserlo. Poi sguscia in quello che deve essere il bagno – e infatti non passa poco che scorre l’acqua – oramai le restano indosso solo mutande e canottiera, nere. Io mantengo il mio giaccone e le scarpe, in piedi al centro della stanza, che è anche l’unica. Nessuno mi ha detto di mettermi comodo.
Un letto a soppalco e un grande divano in cuoio di fronte a tre finestre, sotto le quali sta un tavolo e sedie tutte diverse, poi la cucina alla parete destra delle finestre, alla quella sinistra la porta del bagno. Di tutto contro i muri, su basse scaffalature asimmetriche – mattoni e assi chiare di legno – basse due o tre piani. Di fianco alla cucina una parete larga coperta per intero di fotografie, tanto bianco e nero. Uomini e donne nell’atto di fare, dalle mani alla bocca, non il naso non gli occhi, non i piedi, talvolta le mani. Tutto il resto è bianco. La cucina è pulita ed è in ordine, per quanto barattoli e tegami si arrampicano in graziose precarie architetture. Nulla ha un compagno e ogni forma è diversa, bicchieri piatti scodelle tazze. Le finestre sono buie su un vaso di margherite venute dal futuro. Le tapparelle abbassate a due terzi. Sono uno sbirro e qualche cosa non mi quadra, la musica pulsa e squieta.
Fa caldo qua dentro. Mi avvicino allo stereo e spengo. Poi tolgo la giacca e apro la finestra. Mi affaccio sul corridoio di accesso ai garage, deserto e silenzioso. Una polo parcheggiata all’angolo, deve essere un immobile per ricchi questo, portinaio giardiniere e tutto il resto. Qualcosa non quadra. Questo è l’appartamento di chi sapeva di partire qualche giorno. Non mi aspettavo quest’ordine. Sono uno sbirro e so che avrei dovuto trovare i segni di qualche violenza. Altrimenti non sarei interessato a raccontarvi. Ed in effetti è forse soprattutto per lei che sono qui, lei dopo un autunno e un inverno che passano sulla voglia di solitudine e la troppa serietà. I tempi di una storia sono a volte molto più organici di quanto non si immagini. Come quando non sogni. Ti possono anche dire che li hai dimenticati solamente, ma poco importa. È come se non fossero mai stati. Eppure ci si può addestrare a evocarli. Puntare una sveglia ogni mezz’ora nella notte pare sia un ottimo stratagemma per sorprenderli, i sogni. Preferirei trovare piuttosto, qualcuno disposto a vegliare per me. Fare tutto da soli è fatica. Una storia si racconta a qualcuno e per ridere bisogna essere almeno in due.
- Chiudi commissario, fa freddo.
È inumidita e tremante. Richiudo e la avvicino. Ora che infila jeans e camicia torna ad essere molto sexy. Una donna può spogliarsi come una bambina e poi addolorare un uomo rivestita. Come è inutile sedurre e come è necessario: perché solo ora sento che tutto è di nuovo sotto controllo. Sedurre una donna è l’unica roba che i polizieschi mi abbiano insegnato ed è l’unica roba che dei polizieschi risulti credibile.
- Mi hai raccontato un sacco di balle.
- Se ti occupi di linguaggio non puoi comunque prescindere dal suo contenuto, qualunque esso sia. Allora hai facilmente l’impressione di maneggiare un po’ di tutto, il mondo intero. “Sistema modellizzante, primario”. Posso fare tutto. Posso fare diventare reale quello che voglio. Posso. E conoscere ogni cosa. Così mi dimentico che sto giocando con le parole. Mi dimentico che sto giocando. Le balle mi sfuggono, ma solamente stanno accanto a quello che è stato. Per i più non è importante distinguere, ma tu, Tu-mi-devi-aiutare.
- Sappiamo fare bene una sola cosa, ed è già un grande privilegio e un durissimo lavoro. Io sono un bravo sbirro, non uno psicanalista. Io non ti posso aiutare.
- L’inferno è essere costretto a raccontare cosa hai vissuto e nulla più. Non avere la possibilità di ascoltarsi pensare, ripulire e addolcire, giustificarsi. Tutti ne hanno bisogno. Se domani morissi?
- E allora?! Te ne importerà assai poco.
- Ho avuto davvero paura di morire.
- Tutti abbiamo paura di morire.
- Io ora ho paura di essere uccisa così, come ho visto uccidere.