Dietro lo specchio.

Dove entriamo a casa di Nicola e diamo una sbirciatina intorno. 

Mi chiama commissario e mi invita ad entrare, non ha parlato quasi per niente da fuori il commissariato fino a casa. Ora ha la voce sottile e gli occhi lucidi di stanchezza. Appoggia la borsa in un angolo e toglie le scarpe e il cappotto, caduto ripiegato sullo stesso angolo. Ci sono vestiti un po’ dappertutto, in terra, ma non è vero disordine, e il parquet chiaro fa pulito. Si avvicina all’impianto stereo e infila un cd, parte heat miser e poi è come se io non ci fossi. Si sveste fino a che si può ed è come se non si fosse svestita tanto è naturale e disinteressato il suo svestire. Ma all’improvviso lo è e mi sorprende perché è successo così presto che non l’ho colto e non lo ho trovato eccitante e neppure fuori luogo, ma solo, solo che avrebbe dovuto esserlo. Poi sguscia in quello che deve essere il bagno – e infatti non passa poco che scorre l’acqua – oramai le restano indosso solo mutande e canottiera, nere. Io mantengo il mio giaccone e le scarpe, in piedi al centro della stanza, che è anche l’unica. Nessuno mi ha detto di mettermi comodo.
Un letto a soppalco e un grande divano in cuoio di fronte a tre finestre, sotto le quali sta un tavolo e sedie tutte diverse, poi la cucina alla parete destra delle finestre, alla quella sinistra la porta del bagno. Di tutto contro i muri, su basse scaffalature asimmetriche – mattoni e assi chiare di legno – basse due o tre piani. Di fianco alla cucina una parete larga coperta per intero di fotografie, tanto bianco e nero. Uomini e donne nell’atto di fare, dalle mani alla bocca, non il naso non gli occhi, non i piedi, talvolta le mani. Tutto il resto è bianco. La cucina è pulita ed è in ordine, per quanto barattoli e tegami si arrampicano in graziose precarie architetture. Nulla ha un compagno e ogni forma è diversa, bicchieri piatti scodelle tazze. Le finestre sono buie su un vaso di margherite venute dal futuro. Le tapparelle abbassate a due terzi. Sono uno sbirro e qualche cosa non mi quadra, la musica pulsa e squieta.
Fa caldo qua dentro. Mi avvicino allo stereo e spengo. Poi tolgo la giacca e apro la finestra. Mi affaccio sul corridoio di accesso ai garage, deserto e silenzioso. Una polo parcheggiata all’angolo, deve essere un immobile per ricchi questo, portinaio giardiniere e tutto il resto. Qualcosa non quadra. Questo è l’appartamento di chi sapeva di partire qualche giorno. Non mi aspettavo quest’ordine. Sono uno sbirro e so che avrei dovuto trovare i segni di qualche violenza. Altrimenti non sarei interessato a raccontarvi. Ed in effetti è forse soprattutto per lei che sono qui, lei dopo un autunno e un inverno che passano sulla voglia di solitudine e la troppa serietà. I tempi di una storia sono a volte molto più organici di quanto non si immagini. Come quando non sogni. Ti possono anche dire che li hai dimenticati solamente, ma poco importa. È come se non fossero mai stati. Eppure ci si può addestrare a evocarli. Puntare una sveglia ogni mezz’ora nella notte pare sia un ottimo stratagemma per sorprenderli, i sogni. Preferirei trovare piuttosto, qualcuno disposto a vegliare per me. Fare tutto da soli è fatica. Una storia si racconta a qualcuno e per ridere bisogna essere almeno in due.

- Chiudi commissario, fa freddo.
È inumidita e tremante. Richiudo e la avvicino. Ora che infila jeans e camicia torna ad essere molto sexy. Una donna può spogliarsi come una bambina e poi addolorare un uomo rivestita. Come è inutile sedurre e come è necessario: perché solo ora sento che tutto è di nuovo sotto controllo. Sedurre una donna è l’unica roba che i polizieschi mi abbiano insegnato ed è l’unica roba che dei polizieschi risulti credibile.
- Mi hai raccontato un sacco di balle.
- Se ti occupi di linguaggio non puoi comunque prescindere dal suo contenuto, qualunque esso sia. Allora hai facilmente l’impressione di maneggiare un po’ di tutto, il mondo intero. “Sistema modellizzante, primario”. Posso fare tutto. Posso fare diventare reale quello che voglio. Posso. E conoscere ogni cosa. Così mi dimentico che sto giocando con le parole. Mi dimentico che sto giocando. Le balle mi sfuggono, ma solamente stanno accanto a quello che è stato. Per i più non è importante distinguere, ma tu, Tu-mi-devi-aiutare.
- Sappiamo fare bene una sola cosa, ed è già un grande privilegio e un durissimo lavoro. Io sono un bravo sbirro, non uno psicanalista. Io non ti posso aiutare.
- L’inferno è essere costretto a raccontare cosa hai vissuto e nulla più. Non avere la possibilità di ascoltarsi pensare, ripulire e addolcire, giustificarsi. Tutti ne hanno bisogno. Se domani morissi?
- E allora?! Te ne importerà assai poco.
- Ho avuto davvero paura di morire.
- Tutti abbiamo paura di morire.
- Io ora ho paura di essere uccisa così, come ho visto uccidere.

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