È passata una notte che sembrano mesi, ma i nostri eroi erano sfiniti, dopo una giornata così lunga. Li ritroviamo presi nel fare le cose, d’ora in poi. Così sarò soprattutto io a raccontare, quando non sarò tutta presa dalla vita. Allora poi magari, vorrete scusarmi.
La mattina del giorno dopo pioveva ancora, Tommaso si strinse nel giaccone rabbrividendo: non era tanto il freddo quanto l’umidità ad infastidirlo. I portici avrebbero anche potuto proteggerlo dalle precipitazioni, se avesse abitato in centro, ma non nel quartiere dove erano un vezzo per pochi palazzi, più unici che rari. Arcoveggio. E poi, in ogni caso, era l’aria ad essere insopportabile: con sette-otto gradi di meno avrebbe smesso di piovere e lui avrebbe avuto meno freddo. Le mani a chiazze violette bruciavano appiccicaticce. Che sensazione schifosa! Calò la cuffia sul sopracciglio e si avviò verso il commissariato.
Non era di cattivo umore, in realtà. Franco-Franchino-Nino era tornato il pomeriggio prima dal Costa Rica e gli aveva contagiato un certo entusiasmo furbetto, come a promettere epici racconti. Per il momento si teneva per la sera a cena, che era di rito e sacrosanta – per ora solo il caffé, qualche allusione e qualche battuta. Il vecchio abbronzato fischiettava allegro dondolando il bacino ossuto nel pigiama cascante. Si perdeva dietro la radio nello sbattere l’uovo con il caffé, per due. Così che Tommaso era contento di averlo di nuovo a casa, il suo ospite e coinquilino.
“Buona giornata, vecchio, a stasera!”. “Buona giornata a te, sbarbo! Divertiti”. Magari. Solo sapeva non sarebbe durato a lungo quel senso leggero, che era solo un buon riposo e sospensione del giudizio sulla realtà – come prendere sul serio la vita? Quando si vive con un settantenne innamorato, delle donne e della musica pop. Così rallentava il passo e si fermava a studiare le tariffe internazionali dei “call center”. Nervoso e perplesso mano a mano che si avvicinava, ogni passo un poco più sbirro.
La mattina del giorno dopo Nicola si svegliò come se la notte l’avesse passata in un film di Lynch, e con ogni probabilità era stata l’unica ospite di quella gabbia ad avere mai attivato quel collegamento. Del resto se si trovava in quella situazione era perché si era da troppo tempo abituata a concepire il cinema come più reale della realtà. Ma stava veramente di merda, e non c’era nulla di intellettuale in quel malessere, non c’era neppure alcun interesse filosofico. Se la prima metà della notte l’aveva passata mormorando dentro di sé un rosario di imprecazioni e maledizioni a nome dello sbirro, poi si era sentita troppo sfinita.
Abbandonata a quei precari sonni seduti, con la testa a ciondoloni che cade all’improvviso in avanti, con panico e dolore alla cervicale, non aveva sognato nulla e nulla aveva visto più chiaro. Cosa si era aspettata del resto?! I commissari allergici agli sbirri esistono solo nella letteratura, e gli sbirri giusti forse neppure. Forse stava guarendo. Ma le cose non sembravano girare meglio. Sentirsi impotente era un eufemismo, rinchiusa nella cella come un acquario. Non restava che aspettare. Improvvisamente dipendeva totalmente dall’esterno, da quello che gli altri avrebbero fatto. Sola; la ragazzetta incinta che aveva passato la notte con lei non sembrava affatto interessata alla sua vicenda, doveva avere di meglio a cui pensare.
Sempre che i giornali non ne avessero parlato, nessuno se ne sarebbe curato. E se i suoi fossero venuti a saperlo sarebbe stata la pantomima e il dramma, impossibile poi gestire la cosa. Non le volevano male, questo no, ma la imbarazzavano e la vivevano con imbarazzo. Né lei né loro avevano intenzione di riconoscere la legittimità delle scelte dell’altro. Per questo non capiterà di parlarne di sovente. Tenteremo di tenerli lontano, per quanto possibile. Come Marlowe, non disprezziamo le classi superiori perché fanno il bagno e possiedono denaro, le disprezzava perché sono fasulle…